Redazione - 7 novembre 2016


Opzioni binarie, quello che c’è da sapere a livello amministrativo

Opzioni binarie, quello che c'è da sapere a livello amministrativo

Tra gli investimenti di capitali in Borsa quella delle Opzioni binarie è diventata, da qualche anno a questa parte, una delle operazioni più sfruttate. Grazie alla semplicità con la quale si può operare, e all’arrivo delle piattaforme online, i risparmiatori che usano questo sistema di investimento sono diventati sempre di più. Ma, dietro all’apparente semplicità del sistema, esistono comunque dei rischi che possono cogliere di sorpresa. Infatti è da incauti non acquisire, prima di qualsiasi operazione finanziaria, la dovuta conoscenza delle regole e delle leggi che le governano. Al di là di una conoscenza di base delle regole del Mercato azionario è comunque importante conoscere gli aspetti amministrativi e fiscali, la legislazione che le regola, le imposte che gravano su tali operazioni. A tal scopo torna utile dare qualche informazione.

La regolamentazione
La regolamentazione delle Opzioni binarie parte proprio da una direttiva europea, la 2004/39, meglio conosciuta come MiFID, Direttiva sui Mercati di Strumenti Finanziari, e dal successivo regolamento n. 1287/2006. Con la direttiva si stabilisce che le Opzioni binarie fanno parte degli strumenti finanziari, la qualcosa impone ai broker, per poter operare nella legalità, di possedere la licenza di Società di Investimenti. In Italia comunque tutte le piattaforme che propongono gli investimenti in opzioni binarie devono anche ottenere l’approvazione della CONSOB, il Comitato Nazionale per le Società e la Borsa. Proprio per questo motivo è sempre bene verificare che questa condizione sia rispettata, rivolgendosi a operatori conosciuti e recensiti come 24option.

L’aspetto fiscale
Per quanto attiene all’aspetto fiscale c’è da considerare che gli attori, nel contesto, sono praticamente due, escluso ovviamente l’Erario: il broker e l’investitore. Il broker, che quasi sempre risiede in altre nazioni, e non in Italia, è tenuto comunque a dichiarare all’Agenzia del Fisco italiano solo i suoi redditi percepiti sul suolo nazionale, e cioè quelli creati dagli investimenti dei risparmiatori italiani. Il risparmiatore, dal canto suo, è protetto dal patto di privacy col broker, che non è tenuto a comunicare alle Entrate il guadagno realizzato dall’investitore, a meno di un’intima perentoria del Tribunale per un caso giudiziario.

La dichiarazione dei redditi da investimento
Quindi, dal punto di vista del Fisco, l’investitore ha il dovere morale di dichiarare lui personalmente i suoi guadagni mettendo a riprova, ma non è indispensabile, il dettaglio dei movimenti bancari. Stabilito il principio resta da considerare che comunque questi guadagni vanno inseriti in dichiarazione dei redditi, ma secondo le leggi che regolano la tassazione dei frutti degli investimenti azionari, e non quelle che regolano il guadagno d’impresa o di lavoro, che sono diverse per tassi, percentuali, scadenze e importi. È fin troppo chiaro a questo punto che, data la complessità dell’argomento, o si hanno le competenze necessarie, e il conseguente aggiornamento annuale, di tutte le normative fiscali in merito, ogni anno riviste e modificate in Finanziaria, o è meglio rivolgersi a un buon consulente.

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