Filippo Mammì - 2 dicembre 2014


Delitto Musy, Furchì si professa innocente: “Non so neppure sparare”

Delitto Musy, Furchì si professa innocente: "Non so neppure sparare"

Continua a professarsi innocente Francesco Furchì, il faccendiere di origini vibonesi a processo perchè accusato dell’omicidio di Alberto Musy, consigliere al comune di Torino per l’Udc, che, in occasione della ripresa del processo a suo carico, ha voluto rilasciare alcune dichiarazioni spontanee davanti alla Corte d’Assise: “Potrei tranquillamente guardare negli occhi la vedova Musy, semplicemente perchè non ho fatto una cosa del genere – ha dichiarato tra l’altro Furchì – sono accusato di una cosa gravissima, ma a cinquant’anni non posso neanche pensare di poter fare una cosa così orribile”. Furchì ha anche aggiunto che “non avevo motivi per sparare a Musy; tra le altre cose, non so neppure sparare, non ho mai preso in mano un’arma in vita mia. Ci penso ogni notte, questa cosa non è in me. Non avevo motivi per uccidere il consigliere Musy nè lui me ne diede per farlo”. Anche Maria Cefalì, moglie di Felice Filippis, amico dell’imputato, e teste chiave del processo, ha negato e smentito con forza tutte le frasi contenute nelle intercettazioni prodotte dalla Procura, in cui lei farebbe riferimenti all’omicidio Musy e alla pistola usata per il delitto, tanto che il legale della famiglia del consigliere comunale, Gianpaolo Zancan, ha annunciato una denuncia per falsa testimonianza nei suoi confronti: “Ho solo preso spunto dai film che vedevamo in televisione” si è giustificata la donna. Nelle intercettazioni, la Cefalì e il marito parlano di una pistola, che secondo gli inquirenti sarebbe proprio quella usata da Furchì per uccidere Musy; in particolare, il pm ha messo in evidenza una frase pronunciata proprio dalla donna: “Secondo me, si è liberato subito della pistola, l’arma dovrebbe essere in Calabria”.

La Cefalì ha risposto alla Corte che era solo una supposizione fantasiosa derivata dalle continue visioni dei polizieschi: “E’ come in un film” ha detto alla Corte. Per quanto riguarda un ipotetico mandante e lo strano bonifico di 30mila euro su un conto corrente intestato alla sorella di Furchì, di cui ne parla anche nell’intercettazione, la Cefalì ha raccontato: “L’ho saputo dai giornali, anzi me lo ha detto mio marito, nei film i mandanti pagano” ribadendo che erano solo “fantasie”.

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