Filippo Mammì - 19 maggio 2015


L’Unione Europea vara la missione anti scafisti. All’Italia il comando

L'Unione Europea vara la missione antiscafisti. All'Italia il comando

Ok dell’Unione Europea per l’organizzazione della missione navale al fine di distruggere il business dei trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo; anche se questa prima tappa è stata compiuta, ci sono altri punti da chiarire, soprattutto uno per cui è già lite tra gli Stati membri, e cioè l’istituzione di quote obbligatorie di aventi diritto asilo da distribuire equamente tra i vari Paesi membri. La missione è stata denominata “EuNav for Med” ed è stata approvata dal Consiglio insieme ai ministri della Difesa e degli Esteri, avrà il suo quartier generale a Roma ed il comando è stato affidato all’ammiraglio di divisione Enrico Credendino; il budget per i primi due mesi è stato stimato in 11, 82 milioni ed il mandato iniziale è di dodici mesi. Sono previste tre fasi in programma, la prima in acque internazionali, la seconda e la terza in acque libiche, comprendenti anche l’uso della forza, sempre che ci sia l’ok dell’Onu o di un governo libico di unità nazionale, anche se quest’ultimo è difficile prevederlo in tempi brevi. La prima fase sarà solo di pattugliamento e raccolta di informazioni di intelligence, mentre le altre due implicano la ricerca in mare aperto, il sequestro e la distruzione degli “asset” dei trafficanti, secondo ovviamente i dettami della legge internazionale e con una collaborazione delle autorità libiche. La fase uno, se pianificata in tempo, potrebbe iniziare il prossimo 22 giugno; ma non si placano le liti e le polemiche tra gli Stati membri per la distribuzione delle quote obbligatorie dei carichi di profughi già sbarcati in Europa. Lo stesso ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, definisce la questione “molto delicata per gli equilibri politici interni dei Paesi europei”. Per quanto riguarda il no, che già è stato espresso da Inghilterra, Irlanda, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Francia, si è aggiunta anche la Spagna, che ha messo in discussione i criteri di distribuzione reclamando più peso per la disoccupazione e gli sforzi già fatti.

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