Filippo Mammì - 29 ottobre 2014


Trattativa Stato-Mafia: Napolitano ascoltato dai pm di Palermo

Trattativa Stato-Mafia: Napolitano ascoltato dai pm di Palermo

E’ iniziata intorno alle 10.30 ed è andata avanti per almeno tre ore, salvo una pausa di un quarto d’ora: stiamo parlando della deposizione che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha reso davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo, in merito a quello che saprebbe circa la presunta trattativa Stato-Mafia, avviata vent’anni fa dopo la morte del giudice Giovanni Falcone a Capaci. La testimonianza è stata resa al Quirinale davanti ad una delegazione di giudici e avvocati, tra cui quello del boss Totò Riina, ma non davanti agli imputati: “Il capo dello Stato – si legge in un comunicato del Quirinale – ha risposto a tutte le domande senza opporre limiti di riservatezza connessi al suo ruolo costituzionale e neppure obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa”. Nella nota si legge anche che: “La presidenza della Repubblica auspica che la Cancelleria della Corte autorizzi al più presto la trascrizione della registrazione per l’acquisizione agli atti del processo, affinché sia possibile dare immediatamente notizia agli organi di stampa per far sapere all’opinione pubblica le domande dei Pm e le risposte del Presidente, al fine di garantire la massima trasparenza e serenità”. Napolitano ha risposto sotto giuramento alle domande dei giudici e dei legali nell’ambito di un processo che vede imputati boss di Cosa Nostra e alti gradi dello Stato, come l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza. Alcune sporadiche notizie sull’udienza, tuttavia, sono trapelate attraverso le dichiarazioni di alcuni legali presenti alla deposizione, mentre uscivano dal Quirinale: “Napolitano ha riferito che, all’epoca, non ha mai sentito parlare di accordi – hanno dichiarato – nè la parola “trattativa” è mai stata usata per fermare la stagione stragista della mafia” ha aggiunto Giovanni Airò Farulla, avvocato del comune di Palermo. Il capo dello Stato ha risposto anche ad alcune domande poste dal difensore di Riina, Luca Cianferoni.

“Con D’Ambrosio eravamo una squadra di lavoro e non mai avuto timore di attentati alla mia persona”
Uno dei punti caldi dell’udienza ha riguardato i ricordi di Napolitano su quello che gli scrisse Loris D’Ambrosio, il suo consigliere politico deceduto nel 2012, cinque settimane prima di morire e dopo essere stato ascoltato dai pm di Palermo. A D’Ambrosio era stato chiesto conto di alcune sue telefonate fatte a Nicola Mancino, imputato di falsa testimonianza al processo; nella lettera che egli aveva scritto a Napolitano, resa pubblica dallo stesso Quirinale, il consigliere giuridico gli manifestava la paura di essere stato usato come “utile scriba di indicibili accordi” quando era magistrato in servizio prima all’antimafia e poi al Dap. Secondo gli avvocati di Mancino, Napolitano avrebbe dichiarato che quel timore di D’Ambrosio era solo “una mera ipotesi priva di basi oggettive”, insomma una paura ingiustificata. Gli avvocati hanno aggiunto che Napolitano avrebbe aggiunto che con D’Ambrosio formavano una “squadra di lavoro”, ma non si conosce il contenuto dei loro colloqui. Il capo dello Stato ha comunque confermato che con il consigliere c’erano solo rapporti di lavoro, oltre i quali non erano mai andati. Un altro tema delicato della deposizione ha riguardato l’eventualità se Napolitano abbia mai saputo di un attentato che Cosa Nostra avrebbe progettato contro di lui nel 1993, anno in cui era presidente della Camera. Qualche particolare è stato spiegato dall’avocato di parte civile Ettore Barcellona: “Il presidente si è limitato a dire che era stato avvisato e che ebbe i sistemi di sicurezza rafforzati attorno a lui. Ha raccontato inoltre che, poco tempo dopo, alcuni accertamenti avevano allentato questo rischio”. Il difensore di Mancino ha aggiunto che Napolitano ha risposto di non essere “mai stato turbato dalla notizia di possibili attentati contro la sua persona”. Questo perchè “faceva parte del suo ruolo istituzionale”. La delegazione al Colle era composta dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. Tra gli avvocati delle sette parti civili e dei dieci imputati, ai quali non è stato permesso di assistere all’udienza nè fisicamente nè in videoconferenza, c’era il difensore di Totò Riina, Luca Cianferoni.

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